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La luce in fondo al tunnel: la storia di mia mamma
La luce in fondo al tunnel: la storia di mia mamma (Quartuccio Antonia Maria).
La notizia di un tumore è qualcosa che sconvolge sempre. Non solo chi scopre di avere questo ospite non gradito, ma anche i familiari che, quasi fisiologicamente, adattano la loro vita a una nuova routine: fatta di visite, analisi, esami diagnostici, ricoveri, attese, ansie e preoccupazioni.
Una routine che spesso si mescola a rassegnazione, tristezza, preghiere, speranze e a quell’incredibile senso di impotenza che ti disarma completamente.
Quando si entra in questo tunnel così buio, pieno di incognite e paura, si inizia, passo dopo passo, a camminare su un sentiero che nessuno traccia per noi, ma che creiamo con la nostra volontà di tenere strette a noi le persone che amiamo.
Ed è proprio in quei momenti che tiriamo fuori una forza che non sapevamo di avere. Una resilienza che parla di amore incondizionato, che va oltre tutto e tutti.
Nel tempo sospeso della malattia, in cui anche la prospettiva temporale viene meno, si vive con una concentrazione tale che non si contano i giorni, ma si misurano i passi in avanti. Ogni traguardo diventa un motivo per sperare, ogni ostacolo superato è una piccola vittoria. E si guarda insieme a ciò che si è superato, stringendosi ancora più forte.
Il temperamento personale con cui ciascuno affronta la malattia è fondamentale, ma ancor più lo è potersi affidare a medici competenti, professionali, umani. Medici di cui ci si fida, senza riserve.
Ed è anche grazie a loro che questa è una storia che voglio raccontare. Per ringraziare, ma anche per dare speranza a chi oggi si trova in quel tunnel e cerca una luce.
Questa è la storia di mia mamma: una donna solare, moglie, mamma e nonna affettuosa. Poco più che sessantenne, ha accettato (spinta da una figlia un po’ troppo assillante sul tema prevenzione) di sottoporsi a una semplice ecografia addominale.
Un controllo banale, che però si è rivelato decisivo. Perché l’occhio attento e scrupoloso del Dott. Alessandro Speciale ha notato una piccola anomalia al pancreas, una “nocciolina” da approfondire.
E da lì è cominciato tutto…All’ecografia è seguita la risonanza magnetica, poi due ecoendoscopie con biopsia. Esami su esami, in un tempo che sembrava fermarsi, ma in realtà correva veloce. Fino ad arrivare alla possibilità, che si è trasformata in una benedizione, di far valutare il caso da uno dei massimi esperti nel campo: il Professor Sergio Alfieri del Policlinico Gemelli di Roma.
Una persona splendida, affabile, di straordinaria umanità. Un medico che, nonostante la sua statura di luminare, ha saputo farsi piccolo per accogliere la nostra fragilità. Con parole semplici, ma ferme, ci ha accompagnati nel prendere coscienza della malattia, offrendoci al tempo stesso una strada da percorrere. Con lui abbiamo capito che non tutto era perduto, che si poteva agire, intervenire, combattere.
E così, in un crescendo di emozioni e timori, è stata programmata l’operazione.
Un momento che spaventa chiunque, ma che in quel contesto è diventato un atto di speranza. Un’opportunità che sapeva di miracolo.
L’intervento di splenopancreasectomia (rimozione di corpo, coda del pancreas e milza) è un’operazione complessa, invasiva, che mette alla prova il corpo ma anche l’anima. Eppure, tra le mura del Policlinico Gemelli, si è trasformato in un atto d’amore, di cura e di dedizione assoluta.
Il Professor Alfieri ha eseguito l’intervento con una maestria che va oltre la tecnica. A supportarlo, una equipe eccezionale, composta da professionisti preparatissimi che, prima ancora di presentarsi con un camice, entrano nella stanza con empatia, rispetto e ascolto. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola è stato per noi conforto e forza.
Nei giorni di degenza, non ci siamo mai sentiti soli. Nonostante il peso della diagnosi e le fragilità post-operatorie, sapevamo di essere nelle mani giuste, di quelle persone che hanno fatto della medicina una vera vocazione.
E quando finalmente ci è stato detto che l’intervento era andato bene, che era stato fatto tutto il possibile, una nuova luce ha iniziato a filtrare nel tunnel.
Un barlume di speranza che ci ha permesso di riprendere fiato, di guardarci negli occhi con un briciolo di sollievo.
Nei mesi successivi, mamma è stata una paziente modello: ubbidiente, diligente, determinata. Ha superato brillantemente il primo periodo di recupero e, dopo pochi mesi, ha iniziato la radioterapia adiuvante, seguita da diversi cicli di chemioterapia.
Purtroppo, a causa di complicazioni importanti, ha dovuto interrompere le cure prima del previsto.
Lo sappiamo: la statistica è uno strumento essenziale che i medici usano per orientare le terapie, per cercare di abbassare il più possibile il rischio di recidive, soprattutto in tumori così insidiosi e subdoli.
Ma la statistica non sempre riesce a raccontare la fragilità dei corpi e la complessità di ogni singola storia.
Dopo il quinto ciclo, mamma ha iniziato a manifestare gravi anemie, che si sono poi concretizzate in emorragie interne, evidenti e preoccupanti. Questo l’ha portata a lunghi ricoveri, numerose trasfusioni e indagini approfondite.
Alla fine, la causa è stata individuata: danni provocati dalla radioterapia alla parete interna dello stomaco, ormai fragile e deteriorata.
È stato un momento durissimo.
La disperazione è tornata a farsi largo, soffocando le speranze che, con fatica, avevamo iniziato a coltivare. Un secondo intervento chirurgico pesante, rischioso, altamente invalidante sembrava ormai l’unica via percorribile.
E invece, ancora una volta, il Professor Alfieri, con la sua lucidità e la sua umanità, ci ha stupiti.
Ha studiato attentamente il caso, con lo sguardo di chi non si accontenta della soluzione più semplice, ma cerca quella migliore per il paziente.
E ha proposto una cura sperimentale di qualche giorno, per tentare un approccio il più conservativo possibile, prima di optare per la via chirurgica.
Un gesto che, ancora una volta, ha riacceso la speranza perché quella possibilità si è rivelata la svolta.
Da allora, pur tra alti e bassi, controlli serrati, nuove analisi e mille precauzioni, mia mamma è qui, con noi. Più fragile, certo, ma sempre lei: solare, presente, combattiva, con una forza che stupisce chiunque le stia vicino.
Oggi viviamo alla giornata, ma con più consapevolezza e più amore. La malattia ci ha insegnato a non dare nulla per scontato, a celebrare ogni passo avanti, ogni respiro libero. E soprattutto ci ha insegnato che nella medicina, come nella vita, non ci sono solo numeri e protocolli, ma persone.
Desidero esprimere la mia profonda stima e gratitudine al Dottor Alessandro Speciale, il primo a cogliere, con il suo sguardo attento e la sua sensibilità clinica, quel piccolo segnale, un tumore minuscolo ma insidioso, che ai più sarebbe potuto sfuggire. La sua intuizione ha segnato l’inizio di un percorso diagnostico tempestivo. Un gesto che porteremo nel cuore, per sempre.
Un grazie immenso e commosso va al Professor Sergio Alfieri, a cui devo la vita di mia mamma. Un medico straordinario, di rara competenza e umanità, capace non solo di operare con una maestria che va oltre la tecnica, ma anche di costruire attorno a sé una squadra eccellente, fatta di professionisti che rappresentano un punto di riferimento prezioso non solo per lui, ma per ogni paziente e ogni famiglia che affida a loro la propria speranza.
In particolare, desidero ringraziare la Dottoressa Teresa Mezza, che con pazienza e costanza è riuscita a tenere sotto controllo le glicemie di mamma, anche nei momenti più critici segnati da chemioterapia e cortisone.
Un ringraziamento speciale anche alla Dottoressa Annetta e al Professor Mauro Pittiruti, che con garbo, competenza e uno spirito di servizio autenticamente umano hanno risolto con successo il delicato problema degli accessi venosi, messi a dura prova dai lunghi ricoveri.
Non posso non citare Padre Alfredo, il cappellano del Policlinico Gemelli, che con la sua presenza discreta ma costante, ha saputo offrire sostegno spirituale, conforto e vicinanza vera, nei momenti più difficili.
E infine, un grazie sincero e commosso alla Caposala del 7° C, a tutte le infermiere e gli infermieri, ai tecnici, agli OSS e a tutti gli operatori sanitari del Policlinico Gemelli che si sono presi cura di mia madre con una dedizione e un’umanità che non dimenticheremo mai.
Questo racconto è per loro, per dire grazie.
Ma è anche per chi oggi sta leggendo e si sente perso: Non arrendetevi. Non tutto è scritto. Non tutto è già deciso.
Il buio può essere profondo, ma la luce, a volte, arriva proprio quando non te l’aspetti più.
E quella luce, spesso, ha il volto di un medico che fa il proprio lavoro con il cuore oltre che con la testa.
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